Tonino Puddu

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IL LIBRO " CANTARE LA SARDEGNA" DI TONINO PUDDU

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Introduzione

Il folklore sardo e la cultura popolare, soprattutto nelle forme legate all'espressione poetico-musicale, sono stati oggetto, ultimamente, di attenzioni particolari da parte degli studiosi e degli "addetti ai lavori". Essi in qualche modo volevano mettere ordine in questo mondo magmatico e fare chiarezza su ciò che è folklore e/o cultura popolare.
Ed è proprio col massimo rispetto nei confronti di detti studiosi che ho deciso di pubblicare parte del frutto di diversi anni di attività nel mondo dei gruppi e, in particolare, dei Cori folkloristici nuoresi.
Gran fermento si è avuto negli ultimi dieci anni in Sardegna, soprattutto nel centro-nord, segno di un interesse sempre crescente verso questo tipo di aggregazione, verso la cultura musicale sarda in generale, e più in particolare verso l'espressione in forma corale. Interesse che può anche sopraggiungere in un secondo momento, visto che tanti, soprattutto giovanissimi, si avvicinano ai gruppi principalmente col desiderio di stare in compagnia e di crearsi un nuovo hobby ma poi si appassionano e cercano di approfondire le tematiche dell'attività che si svolge.
E allora si entra in un mondo che spesso si scopre nuovo e completamente sconosciuto; un mondo nel quale hanno particolare importanza la storia e la geografia del proprio paese, le vicende sociali che nel corso del tempo hanno influenzato poeti e cantores e che inevitabilmente si sono riversate nei contenuti dei propri componimenti.

Folklore e cultura popolare 
Due definizioni per esprimere significati e contenuti uguali o molto simili, oppure per indicare due condizioni differenti, se pur con qualche punto in comune? Vediamo di analizzare brevemente la situazione, cercando di dare qualche risposta agli innumerevoli interrogativi che immancabilmente sorgono quando si discute del patrimonio culturale, musicale e non, di un popolo.
"La musica popolare è come un essere umano: continuamente in crescita e in trasformazione, e strettamente collegata con la realtà storico-geografica del luogo dove si sviluppa". E' una brevissima sintesi del pensiero di Bartok, illustre studioso ungherese di cultura popolare, con particolare riferimento alla musica, e musicista egli stesso.

Ciò significa che la cultura popolare, anche nel campo musicale, non va vista nella sola prospettiva di conservazione, ma anche in quella di continuazione, crescita e, talvolta, trasformazione. Indubbiamente è un'operazione alla quale devono concorrere diverse componenti, ma certamente non è un'operazione da demonizzare o bollare, per partito preso, come posticcia e fasulla.
Ho molto apprezzato, qualche tempo fa, le considerazioni che furono fatte durante un convegno di studi, organizzato a Nuoro dall'Associazione Folkloristica Coro di Nuoro, che mostrava già nel titolo Aspetti della coralità di ispirazione popolare, indicazioni precise per la lettura di una realtà che non poteva essere ignorata. E allora, "popolare" significa che è del popolo, che viene dal popolo, o semplicemente che è molto diffuso nel popolo? Ritengo che i due significati siano entrambi validi, ma che si debba discernere la situazione in cui si usa il termine. E così la IX^ sinfonia di Beethoven è estremamente popolare in quanto conosciuta e molto diffusa, ma sicura- mente non è un'opera di derivazione popolare; è anzi un tipico esempio di quella che viene definita "musica colta". Nell'ambito della produzione odierna di musica popolare, con particolare riferimento ai cori polifonici folkloristici di "scuola nuorese" (così sono stati definiti in più occasioni) si corre il rischio di lasciarsi influenzare più che dalle situazioni locali, musicali e di contenuto verbale, dalle conoscenze musicali "colte", che indubbiamente sono cresciute moltissimo con una diffusione eccezionale soprattutto nei giovani, ma hanno fitto perdere di vista il vero significato di "popolare", secondo il discorso fatto sopra.


Armonizzazioni troppo elaborate (con tentativi di "fugato", o con modulazioni verso regioni armoniche lontane, che invece sono frequenti nelle melodie dei canti a chitarra, vedi Sa disisperada poco hanno a che vedere con le armonie piuttosto semplici della nostra tradizione etno-musicale: le launeddas per es. armonizzano col basso continuo (bordone), che non permette grandi escursioni armoniche.
Nelle armonizzazioni dei brani eseguiti dal Coro "Su Nugoresu", come d'altronde dalla stragrande maggioranza dei cori popolari sardi, i puristi della musica osserveranno inorriditi che è un gran susseguirsi di "ottave parallele": reazione naturale se si considerano da un punto di vista "colto", seguendo le regole relative al moto retto che hanno definito la proibizione delle suddette ottave.
Ma se è vero che tali moti paralleli annullano l'indipendenza delle parti (come sostengono i "proibizionisti"), è anche vero che qui le ottave parallele vengono usate quasi sempre come raddoppi, per rinforzare il suono, considerando che il risultato sonoro è assai diverso se due voci cantano in ottava anziché all'unisono. (Teniamo anche conto di come nacque e si sviluppò la polifonia, col primo bisogno di partecipare al canto del singolo: se la melodia era troppo acuta, rispetto all'estensione della propria voce, eliminando la possibilità dell'unisono, restava quella di cantare nella successiva consonanza perfetta, dunque in ottava). Ciò non significa, riprendendo il discorso iniziale, che non si possa o non sia legittimo tentare una produzione odierna di musica popolare. D'altra parte canzoni come Non potho reposare, di S. Sini, che sono diventate esempi di canzone popolare, certamente non avevano di mira il fatto di diventarlo (ricordiamo che Non potho reposare fu musicata nel 1921 dal M. Rachel, musicista sardo di origini venete, per tenore solista e accompagnamento di pianoforte), ma le circostanze e le condizioni del "popolo", della gente che cantava quelle canzoni in situazioni di vita "popolare", hanno fatto diventare, tali brani popolari nel più ampio significato della parola. Il popolo ha fatto propria la poesia e la musica, tanto che di molte composizioni si è perso nel tempo il nome degli autori, e inconsapevolmente ha conservato e tramandato il tutto come veramente popolare.


Oppure è più giusto che siano critici e "intenditori" a valutare (e allora con quali parametri?) e decidere che cosa sia valido o meno? Certo nella produzione odierna c'è molto materiale a dir poco "fumoso"; però la diffusione, la conservazione e la identificazione di ciò che domani potrà essere tradizione popolare passa comunque per la valutazione, inconsapevole o meno, del "popolo", della gente; e mi piace ricordare, a questo proposito, una frase del celebre poeta sardo Antioco Casula Montanaru che, ragguagliando il giovane sulla evoluzione delle situazioni di vita, diceva: "... mira chi como sa sente no est tonta ... ".
Non voglio dire, con tutto ciò: "ai Posteri, l'ardua sentenza", ma voglio sottolineare che già oggi si è in grado di vedere se una produzione risponda a certi criteri o meno, e comunque che è assolutamente legittimo che venga considerata cultura popolare anche quella che si fa oggi, non solo come ricordo della tradizione, ma anche e soprattutto come "sviluppo e continuazione della stessa".

Con tutto l'amore per la Sardegna, per Nuoro e per tutti coloro che credono nella cultura popolare.



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